Durante un’esperienza di orientamento in un liceo sportivo, ho osservato qualcosa che mi ha fatto riflettere profondamente sul valore della metafora sportiva nel coaching di gruppo.
A volte noi coach paragoniamo un team di lavoro a una squadra sportiva: un insieme di persone unite da obiettivi comuni, dove contano fratellanza, rispetto, fiducia reciproca. Questa immagine funziona perché richiama energia, impegno, senso di appartenenza.
Quando uno dei partecipanti ha condiviso con i compagni il racconto di un suo successo sportivo, il gruppo è esploso in un applauso spontaneo, dopo essere rimasto in silenzio attento mentre l’altro parlava. In quel momento, erano davvero una squadra.
Ma c’è un punto importante da non dimenticare.
La metafora sportiva è potente, ma va usata con attenzione.
Lo sport è fatto di regole precise, ruoli definiti, schemi chiari.
Nei gruppi di lavoro, nei contesti educativi o di coaching, questi schemi non sempre corrispondono. Le persone non sempre occupano posizioni fisse, e soprattutto non seguono un unico set di regole. Se portata all’estremo, la metafora rischia di semplificare troppo la complessità delle dinamiche umane.
Nel coaching di gruppo, può essere utile ispirarsi allo sport nei valori della collaborazione, dell’impegno, del rispetto, ma senza forzare parallelismi troppo tecnici o strutturati.
Una squadra funziona quando ogni individuo può esprimere se stesso, non solo quando esegue bene un ruolo.
E forse, il vero lavoro nel team coaching è proprio questo: creare contesti in cui le persone possano allenarsi a conoscersi e rispettarsi, prima ancora che arrivare alle performance insieme.
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